Maria Occhipinti

Maria Occhipinti: una storia siciliana

Ci sono storie che non ti immagini. Ti ci imbatti per caso, durante una ricerca in biblioteca, quando tra manuali d’arte, d’architettura e cucina ti capita tra le mani un libretto blu delle edizioni Sellerio che porta un titolo semplice semplice: Una donna di Ragusa. Forse è proprio quella semplicità che ti incuriosisce perché cominci a sfogliarlo e ti trovi dentro la vita di una donna siciliana anche lei straordinaria nella sua semplicità. Maria nasce a Ragusa nel 1921, nel quartiere chiamato “ la Russia” collocato nella parte alta della città; il nome del luogo è dovuto al fatto che, durante la seconda guerra mondiale e subito dopo, era abitato da gente con simpatie di sinistra, vicina al sindacato. E’ un quartiere povero, la Russia, ci stanno famiglie contadine e operaie abituate a lavorare duramente per portare a casa il necessario per vivere; abitano nei dammusi, gli uomini lavorano e le donne, sedute a crocchio magari intorno a un braciere fuori dalle case, ricamano i punti tipici della nostra terra, fanno l’uncinetto e alcune sono sarte. Anche la madre di Maria lavora l’uncinetto: lo fa per altri, per mezza lira al giorno, e quando può ricama il corredo per le sue figlie e non è una cosa da poco perché sono tre.

Il padre di Maria era un muratore, uno di quelli bravi che conoscevano l’arte antica dei muri a secco, come ancora se ne vedono nelle campagne ragusane; era stato pure in Africa in cerca di fortuna, ma la famiglia era povera e certo Maria e i suoi fratelli non devono aver trascorso un’infanzia semplice né conosciuto troppe attenzioni e carezze. Maria dice di sé: “Dice mia madre che quand’ero bambina avevo un carattere mite e paziente. Spesso le compagne mi picchiavano ed io non sapendo difendermi andavo a sedermi sullo scalino della porta di casa e li, col pollice della mano sinistra in bocca, rimanevo delle ore, tranquilla, a succhiare, come per consolarmi della mia debolezza. A dodici anni ebbi “uno sfogo” sul viso, tante bollicine che deturparono il candore e la freschezza della mia pelle. Mia madre non finiva di elogiarmi la bellezza di sua sorella Giovanna ed io mi sentivo profondamente infelice. Vedendo che le bollicine non scomparivano, piangevo, tante volte davanti allo specchio, mi credetti inguardabile e mostruosa, apparivo ai miei occhi come lo scarto dell’umanità. Allora desiderai disperatamente di essere bella, tanto bella da mettermi alla finestra e farmi ammirare da tutti, come un angelo, senza che nessuno potesse sfiorarmi. Erano gli anni che sognavo ad occhi aperti, ma i miei sogni erano diversi da quelli delle mie amiche. Le mie amiche volevano sposarsi per potersi comprare tanti vestiti e l’orologio da polso o avere dei bei bambini o per il piacere di passeggiare la domenica col marito a braccetto. Io invece volevo amare come una regina, vestirmi come una dea, girare il mondo, e, insieme con l’uomo amato, scoprire luoghi incantevoli, passare i nostri giorni sulle rive dei ruscelli, vicino alle cascate, sui prati fioriti, parlando di tutte le cose belle, cantando le canzoni dell’anima. Facevo quei sogni meravigliosi, forse perché la realtà era troppo diversa. Avevo una voce ingrata, stonatissima, ci vedevo poco dall’occhio destro, e invece di pensare a distrazioni e divertimenti dovevo fare la fila per l’acqua alla fontana e badare al forno e dedicarmi al cucito e al bucato. Per questo pensavo con terrore al matrimonio, alla maternità, ai molti figli, ero certa che non avrei resistito a fare tutto in casa. Io, così esile e già sofferente di cuore, sarei rimasta schiacciata sotto il peso di tante responsabilità e di tante fatiche.”

Insomma, è una ragazza diversa dalle altre, è una ribelle nell’anima, Maria: sicuramente non ci sono libri a casa sua, non è cresciuta circondata dalla cultura ma lei è curiosa, si guarda intorno, magari legge tutto quanto le capita. E quando scoppia la guerra scopre che le fa orrore: se prima la fame era compagna di ogni giorno, negli anni della guerra diventa insopportabile fardello. Anche lei, come quasi tutti gli italiani, ha creduto che Mussolini fosse un  “ uomo giusto, grande e umano”  e nel 1940 gli aveva persino  scritto una lettera chiedendogli “Perché i ricchi possono corrompere i generali e non vanno a combattere come i poveri?”  Ingenua? Incosciente? Forse, di certo Maria ha uno sguardo più aperto al mondo e comincia a rendersi conto che la libertà, delle donne innanzitutto, passa attraverso l’istruzione e la cultura. Per questo, a vent’anni, frequenta a quarta classe elementare al’istituto delle orfanelle del Sacro Cuore e studia con grande passione: le piace la geografia e detesta la storia perché parla solo di guerre, stragi e miseria. Studiare le serve anche per parlare alle donne del suo quartiere: e parla di pace, di giustizia sociale, dell’illogicità della guerra

Maria vede donne e bambini in cerca di qualcosa da mangiare, contadini che cercano di occupare terre incolte aggrediti e malmenati dalle forze dell’ordine : come Il 19 ottobre 1944, ad esempio, a mezzogiorno, quando fu perpetrata a Palermo la strage di via Maqueda. La fanteria sabauda aprì il fuoco su una folla inerme che dimostrava per il pane, uccidendo 24 persone e ferendone altre 158, la maggior parte minorenni.

In Sicilia, si dice, non c’è stata la Resistenza perché gli americani sono arrivati qui prima che nel resto d’Italia. Ma ci sono tante storie, microstorie, che i libri non raccontano. Quando sbarcarono gli alleati angloamericani, tutti i siciliani pensarono che la guerra fosse finalmente finita; ma nel dicembre del 1944 tutti gli uomini fra i diciotto e i trent’anni furono invitati a presentarsi al locale Distretto militare per una nuova chiamata alle armi. In Sicilia ci fu una vera e propria rivolta e Maria, che con grande scandalo del marito, del padre e di tutti gli uomini del vicinato si era iscritta alla Camera del Lavoro e aveva già cominciato a organizzare le donne del quartiere, si mescola alle  manifestazioni contro il carovita e il mancato pagamento dei sussidi alle famiglie dei richiamati alle armi. La mattina del 4 gennaio 1945 arriva un camion per rastrellare gli uomini da mandare al fronte: Maria, incinta di cinque mesi, si stende a terra all’incrocio tra Corso Vittorio Veneto e la via IV Novembre davanti al camion carico di giovani rastrellati nel quartiere; i soldati sparano alla gente, feriscono un ragazzo, uccidono persino un sacrestano che si era avvicinato per fare da paciere. Così racconta Maria: “La mattina del 4 gennaio verso le 10, mentre stavo lavando mi sentii chiamare dalle donnette del mio quartiere che gridavano: Venite, venite sullo stradone, comare, voi che sapete parlare, voi che vi fate sentire e avete coraggio, venite a vedere che gran camion che c’è e sta portando i nostri figli. Mio marito era a lavorare, aveva anche lui la cartolina in tasca, ma io ero decisa, il padre di mia figlia non lo prendevano né vivo né morto. Corsi sullo stradone. Era una giornata serena dopo una grande pioggia e le donne fuori dalla porta, al sole, facevano la calza. Il camion carico di giovani veniva avanti come un carro funebre. Fallito il rastrellamento notturno perché i giovani scappavano in campagna e andavano a dormire in casa dei vicini dove c’erano solo donne (e tutte si prestavano in quell’occasione senza i soliti pregiudizi, pur di salvare un figlio di mamma), le autorità avevano deciso di fare una retata, cominciando da in cima allo stradone. Prendevano tutti i giovani che trovavano nelle botteghe dei barbieri, dei calzolai, dei mastricarretta di quel quartiere popolare che chiamavano “la Russia”. Davanti al camion venivano le autorità di polizia, tra gli altri perfino il vicequestore di Catania, mi dissero.[…]  ‘All’incrocio dello stradone, mi trovai dinanzi al camion, seguita dalle altre donne. Ci avvicinammo agli sbirri, che erano armati, cercando di persuaderli: Lasciate i nostri figli, per carità, lasciateli. Qualcuna tentava di disarmarli o s’inginocchiava per commuoverli. Dei giovani piangevano, altri avevano nello sguardo lampi d’odio. Ma i poliziotti erano impassibili, il camion riprendeva la sua marcia lenta e inesorabile. Allora urlai: Lasciateli! E mi stesi supina davanti alle ruote del camion […] Lo stradone in pochi minuti fu pieno di gente eccitata e pronta a tutto. […] Ma l’ira dei soldati fu tremenda, spararono sulla folla inerme.’ Maria viene arrestata e mandata al confino a Ustica, dove da alla luce una bambina, e poi trasferita in carcere a Palermo.