L’ULIVO DI MONTALBANO

L’ULIVO DI MONTALBANO

Pareva un àrbolo finto, di teatro, nisciùto dalla fantasia di un Gustavo Doré, una possibile illustrazione per l’Inferno dantesco

( A. Camilleri, La gita a Tindari )

Il commissario Salvo Montalbano è personaggio arcinoto al pubblico italiano e anche straniero. La fiction televisiva ha avuto gran merito per questa fama e ha fatto sì che i luoghi in cui è stata girata siano diventati meta di turismo internazionale: Ragusa, Scicli, Modica, S. Croce Camerina, Ispica, Vittoria, in generale tutto il ragusano ha fatto da cornice alle storie del personaggio di Andrea Camilleri.

Questo territorio è di una bellezza sconvolgente non solo perché patria di un Barocco unico al mondo ma anche per i paesaggi naturali che vi si possono ammirare: dal mare cristallino di Punta Secca, ai giardini di Vittoria, alle pietre di Ispica, le vie tortuose di Scicli, la Sicilia mostra qui tutte le sue facce. Anche quella arida, fatta di “chiarchiari” o distese senza vegetazione, che tanto piace al nostro commissario. E gli ulivi saraceni che si intortano e si lacerano nei tronchi e nei rami sotto il gioco del tempo e che “ contano” a Montalbano come “ l’acqua e il vento l’avessero anno appresso anno obbligato a pigliare quella forma che non era capriccio o caso, ma conseguenza di necessità.  Il tronco dell’ulivo, intrecciato e complicato, con radici di cui non sembra possibile vedere l’inizio e la fine tanto si confondono tra loro, è metafora di quelle realtà complesse e crudeli in cui si muove il personaggio di Camilleri che,  immergendosi  nella contemplazione di quei ghirigori disperati, riesce spesso a trovare la soluzione del caso di cui si sta occupando. L’ulivo saraceno è uno dei simboli della Sicilia, ne racconta la storia millenaria, le successive dominazioni e, chissà, forse anche quell’arte barocca, così comune a queste latitudini, ha preso spunto da lui.

In realtà, se seguiamo il commissario in una della sue giornate-tipo, possiamo farci un’idea della provincia ragusana, anche se la gita non procederà in maniera lineare e ordinata…

Montalbano abita a Marinella, cioè sulla spiaggetta di Punta Secca a S. Croce Camerina. Mare fantastico, spiagge bianchissime in questo piccolo scorcio di isola; e non solo: nel paese si può vedere la Chiesa Madre  costruita nei primi anni del 1600 su un precedente impianto medievale . Fu completamente ristrutturata a partire dal 1797 su progetto dell’architetto palermitano Teodoro Gigante e al suo interno si conserva una copia della Madonna di Loreto del Caravaggio. Di questo piccolo paese si ricordò Sciascia in un suo scritto:– Mi sto ricordando – disse dopo un momento quello cui il nome di Santa Croce non suonava nuovo – a Santa Croce Camerina, un’annata che dalle nostre parti andò male, mio padre ci venne per la mietitura. Si buttarono come schiantati35 sull’orlo della cunetta perché non c’era fretta di portare agli altri la notizia che erano sbarcati in Sicilia. (Leonardo Sciascia, Il mare colore del vino, Einaudi).

Il commissariato di Vigata è, nella realtà, il Municipio di Scicli: pare che il Sindaco venga sfrattato dalla sua stanza di rappresentanza ogni volta che Montalbano deve incontrare il Questore. A ventiquattro chilometri da Ragusa, Scicli è una perla bianca incastonata nei Monti Iblei ed affacciata sul mare della costa meridionale della Sicilia.

L’impatto visivo iniziale non può far altro che lasciare a bocca aperta: sembra d’essere di fronte a un meticoloso e ben riuscito progetto di architettura organica. Centinaia di abitazioni in pietra calcarea spuntano dai dirupi Iblei con così tanto rispetto del paesaggio circostante da sembrare parte d’esso. E’ un paesaggio rupestre, ricco di grotte carsiche, abitato fin dai tempi più antichi. I monumenti barocchi presenti nella città, le hanno procurato il privilegio di essere iscritta nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, insieme ad altri centri della val di Noto. Tra le architetture civili va ricordato certamente Palazzo Beneventano con i suoi due prospetti ornati di mascheroni irriverenti e le balaustre panciute decorate con animali fantastici. L’architettura religiosa, in cui il Barocco raggiunge le massime espressioni, è rappresentata, a Scicli dalla Chiesa di S. Bartolomeo Apostolo e da quella di S. Giovanni Evangelista.

S. Bartolomeo Apostolo

Palazzo Beneventano

Ma Scicli va guardata, le descrizioni servono a poco: questo video è stato realizzato realizzato dal Comune della città: https://www.youtube.com/watch?v=1IvXvWqmF4s.

Alcune delle indagini del nostro commissario, hanno come “ luogo del delitto”, quella che Camilleri chiama la Mannara. L’autore lo descrive come un luogo abbandonato, dove Gegè, amico d’infanzia di Montalbano, esercita il mestiere di “protettore” di prostitute. In realtà si tratta della Fornace Penna a Punta Pisciotto, che domina tutta la costa della cittadina di Sampieri. Costruita nel 1909 dall’ingegnere Ignazio Emmolo, vi si producevano laterizi che venivano esportati in tutto il mediterraneo. Fu distrutta da un incendio nel 1924 e oggi è un’affascinante struttura architettonica sul mare, protetta dal vincolo di archeologia industriale e dal vincolo paesaggistico esteso a tutta la contrada Pisciotto.

Fornace Penna

Uno degli antagonisti di Salvo Montalbano è sicuramente il vecchio capomafia Don Balduccio Sinagra che compare in diverse storie di Camilleri ( La gita a Tindari, Gli arancini di Montalbano, Il campo del vasaio…). La casa del boss viene descritta come una specie di fortino che sorge su un’altura, guardato a vista da tutta una serie di scagnozzi del boss. Il luogo scelto nella fiction è, in realtà, una delle dimore ottocentesche più belle della Sicilia: il Castello di Donnafugata. Innanzitutto, guardate questo video su you tube https://www.youtube.com/watch?v=jrw3l6tC-_Y

Il Castello sorge  circa 20 km dalla città di Ragusa;. fu costruito sulla vecchia struttura di una torre duecentesca dal Senatore del Regno e Barone Corrado Arezzo nell’800 che ne fece ingrandire la struttura iniziale per trasformarla in una vera e propria dimora gentilizia. Il nome Donnafugata deriva dall’arabo “Ain-jafat” e significa “Fonte di salute”.  Ogni castello che si rispetti, tuttavia, nasconde un segreto e qui si narra la leggenda di una donna che, prigioniera nel Castello, riuscì a scappare. Si tratterebbe della regina Bianca di Navarra che venne rinchiusa, dal perfido conte Bernardo Cabrera, signore della Contea di Modica, in una stanza dalla quale riuscì a fuggire attraverso le gallerie che conducevano nella campagna che circondava il palazzo. Da qui il nome dialettale “Ronnafugata”, cioè “donna fuggita”. In realtà è documentato che la principessa non mise mai piede nel Castello dato che ai suoi tempi (XIV secolo) il palazzo non era ancora stato edificato.

L’edificio occupa un’area di circa 2500 metri quadrati  e si snoda in circa 122 stanze purtroppo non tutte visitabili. L’interno è assolutamente pregevole ed insieme a tutto il contesto architettonico ha stimolato la fantasia di numerosi registi che più volte hanno trasformato il castello in un set cinematografico: non solo le fiction di Montalbano ma anche Luchino Visconti ha girato qui “Il Gattopardo”. Splendidi affreschi sono presenti nel Salone degli specchi, nelle Sale del Biliardo e della Musica e nella stanza da letto nella quale sarebbe stata rinchiusa la principessa Bianca di Navarra, con un bel pavimento in pietra pece e bianco calcare. Pregevoli  decorazioni sono presenti anche nella Stanza delle Signore e nel Fumoir. Il parco del Castello è caratterizzato da maestosi ficus e piante esotiche, statue, fontane, stemmi araldici, vasi di terracotta provenienti da Caltagirone, sedili in pietra, grotte artificiali e la cupola sul cui soffitto è disegnato il firmamento. Bellissimo il “Pirdituri” cioè labirinto in pietra e la coffee house in stile neoclassico.

La sala degli specchi nel castello di Donnafugata

Il nostro giro nei luoghi del commissario finisce qui. E siccome siamo un po’ stanchi e abbiamo voglia di ripensare a quanto abbiamo visto, facciamo come lui: cerchiamo un ulivo saraceno, accomodiamoci tra le sue centenarie radici e, guardandone le volute e gli intrecci, riposiamo.