L’Olivo e l’Olivastro, Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo (Sant’Agata di Militello, 18 febbraio 1933 – Milano, 21 gennaio 2012) è stato scrittore, giornalista e saggista e autore di numerosi saggi sulle diversità culturali della Sicilia e del bacino Mediterraneo. Nato a Sant’Agata di Militello (Messina), visse a Milano dal 1969 e debuttò come scrittore nel 1963 con il suo primo romanzo La ferita dell’aprile, una narrativa sulla vita di un paese siciliano e le lotte politiche del dopoguerra. Consolo però, divenne famoso come autore nel 1976 con Il Sorriso dell’Ignoto Marinaio. Leggendo lesue opere si può scoprire molto della situazione italiana e siciliana del post seconda guerra mondiale. Lo scrittore nelle sue opere racconta l’emigrazione siciliana, la vita dei minatori di zolfo, il passaggio del mondo contadino, l’industrializzazione, la devastazione della terra, i terremoti e le ricostruzioni inadeguate, i dolorosi massacri passati e presenti della mafia, le scelte politiche ed economiche di chi è al potere dal dopoguerra fino alla nostra società attuale. Parlando di scrittura e di lingua, secondo Vincenzo Consolo ne esistono di due tipi, quella del romanzo e quella storica. Le sue opere possono essere considerate romanzi poetici, con una forte influenza storica siciliana. Convinto che scrivere veri e propri romanzi sia quasi un inganno per il lettore, adotta fin dall’inizio un suo stile di scrittura che predilige una narrazione verso la poesia concentrandosi però sul passato storico della Sicilia. I suoi saggi rispecchiano ed evidenziano la tradizione, la storia e la bellezza siciliana. Consolo scrive con un particolare tipo di memoria, incorporando i suoi ricordi e la nostalgia che ha sempre sentito per la sua terra. Questa sua malinconia è frequente nelle sue opere ed è fortemente sentita dal lettore, anche perchè i suoi saggi sono scritti con un linguaggio semplice, originale, molto emotivo ma comprensibile a tutti.

 

Al centro delle opere di Consolo vi è la percezione del male di vivere, questo lo possiamo leggere in Filosofiana, uno dei racconti di Le pietre di Pantalica, in cui il protagonista si chiede:
“Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta di addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca”.
Nello stesso racconto troviamo anche una riflessione sul destino dell’uomo, la sua sofferenza e l’inevitabile vittoria della morte:
“Ma che siamo noi, che siamo?… Formicole che s’ammazzano di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo. In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno, due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura”.

L’olivo e l’olivastro

“L’olivo e l’olivastro”, che toglie il titolo da una citazione dell'”Odissea” posta in epigrafe, a significare come “il selvatico e il coltivato, l’umano e l’inumano, nascano da uno stesso ceppo, è un libro che, nel contempo, ricapitola e complica il cammino sin qui percorso dallo scrittore. Siamo a Gibellina, subito dopo il terremoto, quando il protagonista, un ventitreenne che somiglia a Consolo, parte per la Lombardia. È suo l’occhio del ritorno, quello attraverso cui lo scrittore, non di rado attingendo alla livida visionarietà di un Coleridge, ripercorre le città e i paesi di una Sicilia che, in tempi remoti, poteva essere la patria “della civiltà più vera, della cultura”, ma che ora si rivela come la madre di tutte le nefandezze, l’isola che può avere per capitale una Gela petrolchimica, abusiva e torva, “triste buco”, “pozzo oscuro” sul quale gravita ogni cerchio dell’infernale Italia”. A scandire una vicenda che non ha redenzione, e come a simbolico controcanto, alcune tappe del viaggio di quell’Ulisse che, pur tra tanti dolori, riesce invece a redimersi, tornando a Itaca. Il tutto punteggiato dall’apparizione delle figure di una contro-Sicilia del passato, il toccante Verga alle soglie della morte, o del presente, la Maria di Caltagirone, il Nino di Marsala, poeti pietosi e purissimi.

“Il traghetto scivola, esce lentamente dalla spira del orto, passa sotto la statua della Madonnna, alta sopra la la colonna, doppia la punta, gira su se stesso e si dirige verso l’altra costa. La città s’allontana, s’allontana l’isola. E’ un pomeriggio d’aprile, di tenero  sole, di cristallina luce che irrora i colli boscosi del Peloro, il cielo sopra lo stretto, attonito, sospeso come nel venerdi’ di Passione, nella Crocifissione d’Anversa o di Sibiu ( fra un pennone e un altro – in alto si torce il coro nell’agonia, s’inarca, è vinto, s’allenta – piantato sul colle di calcare, di spini, di crani – scivola il serpe dall’orbita, dalla chiostra dei denti, sta ferma la civetta – si taglia il paesaggio d’amore e di memoria: campi, orti, forti, isole  vaganti, nuvole, aironi migranti…). Lungo il molo, la riva, si stende la città, s’incunea nelle gole dei valloni, bassa, bianca, come di baracche, villaggio minerario o coloniale..

Città di luce e d’acqua, area e fuggente, riflessione e inganno, fata morgana e sogno, ricordo e nostalgia. Messina non esiste. Esistono miti e leggenda, memoria e attesa di sconquasso. Ma forse vi fu una città con questo nome perché disegni e piante riportano la falce di un porto con dentro galee che si dondolano, e mura, colli scanditi da torrenti, coronati da castelli, e case palazzi chiese porte… Del luogo  dove si dice sia Messina non rimangono che pietre, meno di quelle d’Ilio o di Micene, rimane un prato, in direzione della contrada Paradiso su cui giacciono sparsi marmi, calcinati e rugginosi come ossa di Golgota o campo d’impiccati: angeli mutili, fastigi, rocchi, capitelli, stemmi… Tracce, prove d’una storia frantumata, d’una civiltà distrutta, d’uno stile umano cancellato, Deve essere dunque successo qualche cosa, sacco d’orde barbare o furia natura.

Scendono i passeggeri dai treni, salgono sui ponti, s’affacciano alle murate, appuntano lo sguardo alla costa, ai monti, al vulcano che sfuma, si perde nel crepuscolo,

Corre il treno per la terra delle madri ruvide, per la costa alta e bassa di questa regione aspra, sconsolata, Tra gli ulivi si scoprono deserte spiagge, lidi inaccessibili, cale pietrose, scogli a ridosso della costa. La compagna è bruna e verde, aperta a questo primo  tepore di stagione.”                                        

                                                                                                                              da L’olivo e l’olivastro,  Vincenzo Consolo