Horcynus Horca, Stefano D’Arrigo

Stefano D’Arrigo

D’Arrigo nacque a Alì Terme, in provincia di Messina, il 15 ottobre 1919. Dopo aver studiato a Milazzo e completato gli studi a Messina, dove si laureò con una tesi su Friedrich Hölderlin, si trasferì a Roma per collaborare a giornali e riviste come critico d’arte, dove frequentò pittori e scultori e scrisse i primi versi.

La sua raccolta di poesie Codice siciliano, pubblicata da Scheiwiller nel 1957, fu riproposta con poche aggiunte da Mondadori nel 1978.

Il grosso della sua attività di scrittore infatti è nel suo romanzo più importante, Horcynus Orca, la cui incubazione durò dal 1957 fino al 1975: un vero e proprio caso letterario di cui si parlò a proposito e a sproposito, anche per via di qualche capitolo uscito su riviste e per il lancio pubblicitario della Mondadori quando finalmente si stampò la prima edizione.

Il libro, di ben 1257 pagine, narra le vicende di ‘Ndrja Cambrìa, marinaio della fu Regia Marina che ritorna, dopo il Proclama Badoglio dell’8 settembre 1943 a Cariddi suo paese natale sulle rive dello Stretto di Messina, scenario magnifico e allo stesso tempo tremendo di tutto il racconto.

 

Horcynus Horca

Horcynus Orca è un’opera complessa e raffinata costruita con un linguaggio nuovo che ha le radici nell’antica lingua siciliana e affronta il mito del nostos, l’eroe errante presente nella letteratura dalle origini fino al mondo contemporaneo, dalla primigenia Odissea di Omero alla sua “continuazione” in Ulisse di James Joyce, ma con in più un’attenzione alla cultura e alla letteratura del mare (vale a dire a Melville, Conrad, Stevenson o Hemingway – ovviamente soprattutto Il vecchio e il mare – ma anche al nostro Raffaello Brignetti, per esempio) che portarono alcuni scienziati alla proposta per l’autore di una laurea honoris causa in oceanografia.

Il titolo, durante la lunga gestazione, che ha compreso due impaginazioni e lunghissime correzioni di bozze, è passato da La testa del delfino a I fatti della fera a quello definitivo. Di fatto anche la prima versione è disponibile ai lettori con il titolo precedente appunto de I fatti della fera, versione più breve e però più ricca di sicilianismi poi eliminati (alcune pagine della quale uscirono anche come I giorni della fera, presso Einaudi, nel 1960).

 

(pagine 87-88 dell’edizione 1975 Mondadori)

Gli pareva di chiedergli, a ognuno, dove vendevano i confetti.

Questo era fatto che gli era successo con Duardo Cacciola, quando aveva sette anni lui, e sei e mezzo il suo amico del cuore. Con quattro soldi stretti nel pugno e l’acquolina in bocca, cercavano fra le case del Faro la dolceria dove vendevano i confetti. Era d’estate, e forse quei quattro soldi avevano a che fare con la passa dello spada; ed era lo scatto di sole, le due o le tre: ed era domenica, perché quel giorno sua madre gli aveva spuntato i capelli, che se non era cosa di tutte le domeniche, era cosa forzatamente della domenica.

Nella controra, tutte le porte erano chiuse: ne avevano vista una però, che stava accostata con una sedia e avevano domandato là della dolceria. Dallo scuro della porta era comparsa la faccitta di una madredifamiglia, pallida, cogli occhi cerchiati, il tuppo scapigliato, come avesse vegliato nottate o avesse qualche penìo. Per indicare la dolceria, alcune porte più avanti, dovette aprire un poco di più quella metàporta e sporgersi dalla soglia. Allora, mentre lei diceva: ecco, vedete là, muccuselli? là c’è la dolceria, uno sprazzo di quel sole arraggiato balenò dentro dal varco di porta, sfoderandosi nel buio dell’antistanza e gettando l’abbaglio della sua lama, preciso, misurato, lì davanti, sopra un catafalchetto tutto bianco e parato come una culla di vava addormentato.

Era conzato fra le sedie impagliate, con decoro di lenzuola alle spalliere e imbottimento di origlieri dentro: il muccusello, di sei anni e mezzo o sette, poteva essere lui o Duardo, era bello pulito, coi capelli come tagliati freschi pure lui, all’umberta, e col difetto di chierica da un lato, pure lui: era vestito in pompa magna, con camicia, calzette, scarpette e pantaloni, tutto di bianco, solo che le scarpette non le aveva ai piedi ma posate lì accanto, come se, non essendoci abituato, pure lui, fossero là proforma; al braccio, poi, portava il nastro con medaglietta della prima comunione, e infine, attrazione massima ai loro occhi, posava le mani sopra l’impugnatura di una spadina di latta argentata come quella dei paladini, che dal petto gli scendeva a cavallo fra le gambe, specchìandosi lucidalucida.

Per un momento, si erano persi cogli occhi sulla spadina, come se lo scintillìo che ne sprizzava, li abbacinasse. Se la madre l’armò, pensavano, segno che può averne bisogno: segno che si deve difendere e segno che si sa difendere. Era armato, incavallato, in altri termini, persuaso serio del fatto; andava forse fra grandi e ignorati pericoli, dove sarebbe stato solo, senza padre né madre né un amico, nessuno, per sentirlo se gridava aiuto: tutta la sua salvezza era affidata al suo braccio e a quella spada, forse di vero acciaio temperato, una vera spada, forgiata corta, appositamente per il suo braccio, perché potesse giostrarci senza sforzo. Quasi gli morivano dietro, dall’invidia che gli faceva con quella spadina. Ma riguardatolo in viso, il muccusello gli sembrò più grande, assennato e come invecchiato da un secondo prima, come uno che s’andasse a buscare il suo pane di morto in quell’impresa, in quel lungo, lunghissimo anzi, per non dire infinito rischioso viaggio, e intanto si fosse appoggiato all’origliere per farsi un sonno.

Pareva dormire, infatti, summo summo; col sonno attaccato con la saliva; aveva una ruga in mezzo alla fronte, che lo faceva apparire come soprapensiero; la luce gli tagliava la faccia in due metà e sembrava che ne avesse fastidio e ci si aspettava che quel fastidio gli avrebbe fatto sollevare le palpebre da un momento all’altro, finendo per svegliarlo. Intanto, lui e Duardo pensavano: però, a che gioco si potrebbe giocare più con lui, anche se depone la spada, anche se non intraprende più il suo viaggio, a che gioco, con uno che sta così serio?

Scandaliatasi che mentre lei gli indicava la dolceria, essi avevano smirciato il catafalchetto alle sue spalle, la madricella sbiancò e arrossì come fosse stata colpa sua, si tirò dietro la metàporta e ripeté ancora: muccuselli, là è la vostra dolceria, là è, ma stavolta come li implorasse lei, per il bene suo e per il loro, ad andare a comprarsi i confetti, a levarsi dalla sua porta. All’ultimo istante, mentre ritirava la faccitta e li guardava, videro che teneva in mano un ventaglio moscarolo, con la paglia sfilacciata e annerita di carbonella e fumo del focolare, ma in quel momento, con quel ventaglio, una volta tanto moscarolo di nome e di fatto, certamente gli cacciava le mosche al muccusello.

Dopo alcuni passi si erano girati, la porta era quasi chiusa con quello spiraglio nero come una feritoia a lutto. Senza dirsi niente, specchiandosi l’uno nel pallore dell’altro, erano tornati indietro in punta di piedi e ripassata quella porta, si erano messi a correre ed era stato mentre correvano che finalmente gli era scoppiato il pianto a tutti e due. Correvano e piangevano. Il pianto, giusto per annacquargli gli occhi, gli finì subito, appena usciti dalle case sulla striscia di terradura, fra il mare e le melonare, che abbrevia dal Faro a Cariddi: però, continuarono a correre per tutta la terradura lunga, a occhio e croce, più tre che due chilometri. Corsero talmente a gettasangue, che quando si fermarono, avevano ancora gli occhi umidi di quelle due lagrime.

Era di quei confetti lontani e amari, che gli sembrava di domandare, domandando di barca a ogni spiaggiatore che incontrava. Domandava di confetti a chi sicuramente, dati i tempi, aveva i catafalchetti suoi dietro la porta, eppure nessuno lo ronzava con male parole: avevano tutti, come la madricella farota, la loro faccitta contegnosa, coi tratti riguardosi del mondo, la loro bella cera di cerimonia che pigliavano e s’imponevano in faccia, sulle angustie e gli strapazzi privati, per fargli faccia a lui.