Il Barocco Ibleo “Ragusa”

Il Barocco Ibleo

              “Propaggine estrema della Sicilia ionica, quella sorta di tozzo triangolo

                 che figurava un tempo nelle carte sotto il nome di Contea di Modica”

                                                                                        Gesualdo Bufalino

                            

Il Barocco Ibleo: un miracolo del terremoto

La notte del 9 Gennaio 1693 una violenta scossa di terremoto colpì la Sicilia sud – orientale . Il sisma procurò solo danni materiali e molta paura. L’ intera popolazione delle aree colpite si riversò nelle chiese per organizzare atti di penitenza, preghiere collettive e processioni .

Due giorni dopo, quando alla paura iniziava a subentrare il sollievo dello scampato pericolo, la terra tornò a tremare , causando questa volta il disastro. Il terremoto giunse ad interessare il territorio palermitano e il tratto meridionale della Calabria. Quaranta centri urbani erano stati devastati e almeno altri 15 avevano subito danni più o meno gravi. Alcune popolose città, come Noto e Catania, erano state rase al suolo. Ragusa aveva perso sotto le macerie più della metà delle popolazione.  Secondo le fonti ufficiali del tempo, i morti accertati furono 53.757, ma a questi vanno aggiunti tutti coloro che perirono per le ferite riportate e per gli insostenibili stenti subiti nei mesi successivi al disastro. La violenza del sisma che colpì questa parte della Sicilia fu tale da creare una sorta di soluzione di  continuità nella storia dei luoghi, fisicamente percepibile a causa della cancellazione di gran parte del patrimonio architettonico precedente (…).

L’attività edificatoria che seguì non si limitò a un puro intento ricostruttivo. Dalle macerie nacque in realtà una immensa forza  di rinnovamento, destinata a superare di gran lunga i limiti cronologici e le necessità del dopo terremoto. Da qui prese le mosse una stagione architettonica di eccezionale portata che assunse  proprie caratteristiche, allontanandosi progressivamente dalle vicende dell’altro fondamentale ambito dell’Età barocca in Sicilia, costituito dalla parte nord-occidentale dell’isola dominata da Palermo, principale centro urbano del regno (…). Insomma, dal terremoto venne fuori il Barocco Ibleo.

I primi effetti del terremoto si videro in ambito urbanistico. Le distruzioni inferte dal sisma, che per alcune città furono particolarmente devastanti, divennero infatti l’occasione per un ripensamento totale dell’assetto urbano dei centri colpiti, un’occasione per dar vita a una più razionale idea di città, specchio di una nuova magnificenza collettiva, e per ridefinire, al contempo, il ruolo all’interno di essa dell’architettura, intesa come segno urbano eclatante delle forze sociali in gioco. In quest’ambito, una funzione fondamentale fu svolta dall’architettura chiesastica, portatrice della rinnovata immagine della chiesa ufficiale e della nuova identità delle comunità urbane. Nei cantieri delle chiese fu misurata la prosperità dei centri, si confrontarono i rapporti di forza tra i diversi gruppi sociali, si infiammarono conflitti umani, si concentrarono gli sforzi creativi degli architetti e gli impegni economici di piccole e grandi comunità. Con le imponenti facciate delle chiese madri le città riaffermarono la loro presenza nel territorio e il loro trionfo sulla morte.

Attraverso le innumerevoli chiese dei monasteri, dei conventi e degli istituti religiosi il clero consolidò il suo controllo capillare sulla popolazione e il suo patto di alleanza con le classi dirigenti.

A proposito dello sviluppo del Barocco in Sicilia, Andrè Chastel commentava: “urbanistica e architettura vi sono più strettamente legate che altrove e l’architettura spiega tutte le risorse di un apparato ornamentale in cui il Barocco sembra eguagliare lo splendore dei mosaici e dei marmi del XII secolo “.

Sarebbe un’impresa complicata descrivere e raccontare le storie di tutti i monumenti barocchi delle due Raguse che non sono solo chiese: il Barocco, con le sue volute complicate, i mascheroni apotropaici, i mostriciattoli di pietra, pervade di sé tutta la città soprattutto nella parte bassa, quella chiamata Ibla. Ci limiteremo quindi a descrivere solo alcuni di questi monumenti, anche perché ben diciotto di essi sono Patrimonio dell’umanità.

Come scrive Gesualdo Bufalino che, per inciso, era nato a Comiso, “Ma anche si pretende la passione per le macchinazioni architettoniche, dove la foga delle forme in volo nasconde fino all’ultimo il colpo di scena della prospettiva bugiarda. Bisogna essere intelligenti per venire a Ibla, una certa qualità d’animo, il gusto per i tufi silenziosi e ardenti, i vicoli ciechi, le giravolte inutili, le persiane sigillate su uno sguardo nero che spia.” Ed è proprio così: Ibla è magica, nei vicoli stretti d’impianto medievale, può capitare di incontrare una ricca dimora signorile coi balconi panciuti di ferro battuto e ribattuto che poggiano su una base fatta di volti strani o di labirintiche volute. E poi si arriva alla piazza grande, in fondo alla quale, su una maestosa scalinata, sorge il Duomo di S.Giorgio. La Chiesa di San Giorgio era l’antica chiesa madre di Ragusa e prima del terremoto del 1693 era ubicata ad est della città, dove si conserva ancora il portale di stile gotico-catalano. Il sisma provocò gravi danni all’edificio, lasciando in piedi solo la facciata e alcune cappelle. Durante il XVIII secolo si decise di trasferire la Chiesa madre da un’altra parte, al centro dell’abitato, dove sorgeva la chiesa di San Nicola, chiesa parrocchiale dei fedeli prima di rito greco e poi latino. La ricostruzione venne affidata all’architetto Rosario Gagliardi nel 1738, architetto siracusano proveniente dalla cittadina di Noto, protagonista indiscusso della stagione barocca del Val di Noto e di questo edificio, dove ottenne i massimi risultati. Tuttavia  i lavori di ricostruzione ebbero inizio nel 1744 a causa dei contrasti sorti con i procuratori dell’antica chiesa di San Nicola che non volevano abbandonare il loro luogo di culto, infatti, nel transetto destro della nuova chiesa, in onore del santo venne dedicato un altare dove prima sorgeva l’altare maggiore di San Nicola. I lavori si conclusero nel 1775, mentre la cupola fu eseguita nel 1810 per essere terminata nel 1820. Ancora più tardi, nel 1890, fu eseguita ed installata la magnifica cancellata che  cinge la scalinata, opera di Angelo Paradiso. La cupola venne realizzata in epoca neoclassica nel 1820 dal capomastro muratore Carmelo Cutraro che si ispirò da un’incisione a quella del Pantheon di Parigi o, secondo più recenti studi, da Stefano Ittar.

                 Il Duomo di S. Giorgio, a Ragusa Ibla

L’interno della chiesa, a tre navate, è a croce latina e all’incrocio della navata centrale con il transetto si erge la cupola a doppia calotta: un esempio architettonico di complessità strutturale e di eleganza con le sue sedici colonne binate, cilindriche, leggere e con raffinatissimi capitelli corinzi. La copertura di sera è illuminata e si mostra, in tutta la sua armonica bellezza, imponente sui tetti delle case vicine. Molte opere sono conservate all’interno del Duomo; fra queste l’Arca Santa, un prezioso capolavoro d’argento del 1700, reliquiario che viene portato in processione durante i festeggiamenti in onore del  Santo insieme alla statua lignea di San Giorgio, opera del palermitano Bagnasco, che si può ammirare in una nicchia posta sopra l’ingresso laterale.


La Chiesa di S. Giuseppe sorge sull’attuale piazza Pola, al posto della Chiesa di San Tommaso, distrutta dal terremoto del 1693. È stata attribuita al Gagliardi e costituisce, insieme alla Chiesa di San Giorgio, una delle massime espressioni del barocco siciliano. Oggi si ritiene opera di Alberto Maria di San Giovanni Battista, attivo nel Val di Noto nella seconda metà del XVIII secolo, pur non escludendosi del tutto un apporto iniziale dello stesso Gagliardi. Fa parte di un esteso complesso architettonico comprendente l’annesso Monastero delle Benedettine, che si affaccia posteriormente in via Torrenuova, e il vecchio Palazzo Comunale, sede della Amministrazione cittadina fino al 1926, e parte integrante dell’edificio monacale. La chiesa era probabilmente dedicata a San Benedetto. L’annesso Monastero venne costruito intorno al 1500 per volere del Barone di Buscello, originario di Noto, il quale rispettando le volontà testamentarie della moglie, trasformò il Palazzo dove abitava in Convento (Per saperne di più: http://www.benedettine-rg.it). Il convento è a tutt’oggi abitato da alcune suore benedettine ed è possibile ascoltarvi i canti gregoriani.

Il prospetto del tempio presenta elementi architettonici che ripercorrono quelli della Chiesa di San Giorgio e il portale d’accesso è sormontato da un fregio a motivi vegetali e, al di sopra di questo, la grande finestra con grata “panciuta” o “a petto d’oca” in ferro battuto, opera dell’artigiano sciclitano Filippo Scattarelli, che la realizzò sempre nel 1775.

Palazzo La Rocca, oggi sede dell’Azienda Turismo, come tutti i Palazzi nobiliari settecenteschi, sorge vicino ad una chiesa, in tal caso il Duomo di san Giorgio. La facciata contiene il portone principale d’accesso e ben quattro balconi degli otto presenti in prospetto. Questi sono sorretti da mensoloni con altorilievi raffiguranti diversi temi, in stile barocco che rivelano elevata maestria dello scultore nel rappresentare scene di vita del tempo. Ogni balcone, otto in tutto, ha  preso un nome a secondo del tema sviluppato:  il balcone dei Cherubini, poi quello del Telamone, degli Amorini, della Fantesca, del Suonatore di mandola e del Suonatore di flauto, l’ultimo è quello del Cavaliere. Quest’ultimo è attorniato da diversi personaggi, a sinistra un uomo mascherato (forse un suo sgherro) e a destra un occhialuto volto ghignante, che rappresenta l’astuzia; sopra un grosso uomo baffuto con folta capigliatura pronto a tirar di spada a cui si affiancano due facchini (uno carica un barilotto, l’altro porta in una mano un’ampolla e nell’altra mano un ombrello). Il quarto balcone è una vera foto in pietra: una donna si prende cura di un bambino. Espressivi i volti del bimbo e della fantesca, ricco e sapiente il panneggio; proprio per la cura del particolare sembra un fotogramma che abbia fissato, grazie alle sapienti mani dello scalpellino, un momento di vita. Chiudono la delicata scena due mascheroni.Ma che cosa rappresentano i mascheroni? I mascheroni appartengono alla cultura settecentesca e tardo barocca siciliana, e trovano collocazione nei sottobalconi dei palazzi signorili. Il loro compito è quello di sorreggere balconi e logge dei palazzi: essi venivano incastrati nel setto murario, sorreggendo così le lastre in pietra dei balconi. Le maschere nascono  dall’esigenza di “mascherare” le soluzioni tecnologiche e strutturali, quindi di trasformare esteticamente un oggetto usato per assolvere un compito strutturale. Nella cultura tardobarocca iblea , uno degli elementi caratteristici è proprio il modo di trattare, lavorare e far quasi vivere le mensole, scolpendo con sapienza la pietra per creare decorazioni varie e allegoriche, ma soprattutto strane e “teatrali”:  volti orrendi, buffi, suonatori, musici, elementi floreali, faunistici e animaleschi; ed ancora il tutto addobbato con pendagli, turbanti, barbe, foglie d’alloro. La tecnica raffinata degli scalpellini vuole in questo modo trasmettere un messaggio, passando attraverso il “mostruoso” e il “fantastico”, con personaggi suggestivi che attraggono a se gli occhi dei passanti. I mascheroni, così grotteschi e, non di rado, irridenti, altro non sono che la rappresentazione delle paure umane: il male, l’ignoto, l’incertezza della vita. E chi più degli abitanti della Val di Noto potevano avere questa capacità, dopo il sisma che aveva annientato quelle zone? Se volete vedere i “ mascaruna” più belli di Sicilia, dovete andare a Palazzo Cosentini, sempre Ragusa, ovviamente. Si trova alla confluenza di due importanti vie della città antica, all’incrocio tra il corso Mazzini che sbocca in piazza della Repubblica e la salita Commendatore; la costruzione  si deve al Barone Raffaele Cosentini, alla cui famiglia è appartenuto fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. Tipico palazzo del Settecento, forse il primo di Ragusa costruito in stile barocco fra il 1762 e il 1767, offre un’architettura solida e compatta, spezzata da balconi e finestre dall’elegante disegno e dalla fittissima decorazione che danno all’insieme un senso di magnifica opulenza. Tra le sue maggiori peculiarità questo palazzo ha proprio i mascheroni scultorei posti sotto i balconi, che rispecchiano l’attitudine alla spettacolarizzazione caratteristica della cultura barocca. I tre balconi del piano nobile si caratterizzano per la ricchezza di decorazione delle mensole con mascheroni grotteschi e figure di musici. La facciata laterale ha un solo balcone poggiante su mensole tra le più originali della città: “i mascaruna i l’Archi“, cinque mascheroni grotteschi che tengono in bocca animali simbolici (serpi e scorpioni) sovrastati da figure allegoriche dell’abbondanza (donne con grandi mammelle e uomini che reggono cornucopie). I balconi hanno un titolo per le scene descritte: Il balcone del cantastorie, quello del benessere e del gentiluomo. Il portone è delimitato da due semipilastri che sorreggono un cornicione riccamente ornato, ubicato al primo numero civico della Salita Commendatore. Il Balcone che da questo lato dà sulla piazza è conosciuto come il balcone della “maldicenza” e mostra cinque maschere di burloni ghignanti che contrastano con le figure femminili a busto nudo che stanno là per alleggerire la bruttezza di quelle caricature umane. Al centro, una madre col bambino in braccio e ai suoi lati sono due ragazze con cornucopia, e altre due a seno scoperto. I mascheroni sottostanti sono esseri mostruosi: 

un viso ghignante con strani occhiali e un volto bendato che morde uno scorpione e la testa di un animale con un corno sul labbro colto nell’atto di azzannare un serpente, un mascherone con un sorcio in bocca e una “maschera bonaria” che guarda lontano. Sul lato che dà su Corso Mazzini appare un gruppo di girovaghi cantastorie nell’atto di recitare. La figura al centro stringe in mano, forse un copione, e ai suoi lati i musicisti pronti ad accompagnarla. Nella parte inferiore spiccano mascheroni dai tratti particolarmente deformi: uno ha le guance paffute e un grande naso, altri barba e baffi a mo’ di foglia. I mensoloni del balcone centrale sono forse simbolo del benessere di cui godeva la famiglia, per questo appaiono la frutta, le cornucopie e gli strumenti musicali. Il motivo realizzato nell’ultimo balcone è forse il più realistico, sembra una scena ripresa in un’osteria locale: nella fascia alta un oste calvo con una botte in spalla, un suonatore di zufolo e una figura femminile che offre le proprie grazie al nobile signore che ha trascorso un’allegra serata fra canti e vino. L’attore di questa scena pietrificata è un nobile dalle fattezze, finalmente, normali, forse il ritratto di qualche personaggio della famiglia. Anche queste figure sono scolpite su mascheroni che sembra si prendano beffe dei passanti.